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sentimenti
19 agosto 2011
Falcone e Borsellino: i miei eroi


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CULTURA
27 luglio 2011
A Paolo
A notti è vicina
e tu un si ca cu mia
Ni stu minutu
vulia sapiri i to pinsera,
chi ni pensi
di sta terra
e di stu munnu.
Ma tu un ci si chiù
picchi diciannovanni fa
a fuddia di l’omini mafiusi
fici mettiri na bumma
sutta a casa di to ma.
Tu un ci si chiù
ma i to parola,
i to pinsera
vennu purtati avanti
di to frati e di to soru
e di tanta gioventù
ca inchi li chiazzi
pi spiari a cu sapi
di diri a verità
su la to morti

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24 luglio 2011
Lettera di Nino Di Matteo a Paolo Borsellino



Quando qualche settimana fa Salvatore Borsellino mi ha proposto di scrivere una lettera al fratello Paolo e di leggerla il 19 luglio in via D’Amelio, nel mio cuore si è subito scatenato un putiferio di emozioni, di sentimenti, di ricordi. Ho subito avvertito la precisa consapevolezza di non esser in grado di esprimere in poche righe tutto ciò che mi porto dentro fin da quando ero uno studente universitario. Un giovane che come tanti altri coetanei siciliani ha visto in te, giudice Borsellino, nell’impegno e nel coraggio tuo e degli altri magistrati del pool antimafia, il simbolo del possibile riscatto.
Quel vento di pulizia, di moralità, di legalità, che ai miei occhi avrebbe spazzato via per sempre l’insopportabile immagine di una Sicilia legata inevitabilmente e in eterno alla mafia, alla violenza, al tanfo del compromesso e della rassegnazione.
Oggi dopo tanti anni, con un po’ di imbarazzo, mi sento di confidartelo pubblicamente. Ho iniziato a coltivare il sogno di fare il magistrato, di farlo in Sicilia, di occuparmi di indagini e processi di mafia, spinto essenzialmente dalla forza del tuo esempio. Per la passione civile che traspariva dall’impegno di giudici che dedicavano la loro vita ad un nobile ideale.
Ero giovane, idealista, sprovveduto, ma capivo fin da allora quanto questa nostra bellissima e terribile terra osteggiasse il vostro lavoro. Quanto fosse colpevolmente indifferente al vostro sacrificio personale, maledettamente diffidente nei vostri confronti. Ero giovane, ma cercavo di sentire, di capire, di respirare gli umori di questa città. Intuivo la strisciante ostilità perfino di tanti tuoi colleghi, tanti avvocati, imprenditori, politicanti di vario livello, finti benpensanti di ogni specie che consideravano – e lo dicevano in giro- te e Giovanni Falcone giudici protagonisti alla ricerca di una inutile notorietà. Magistrati che vivevano la loro vita blindata come un privilegio da esibire, mentre invece, secondo loro, perseguivano interessi di carriera o peggio ancora finalità politiche.
Ricordo perfettamente la mia rabbia di allora. E non dimentico neppure oggi che quelli che ti osteggiavano e isolavano quando eri ancora vivo adesso fingono di onorare la tua memoria mentre continuano a fare, nei confronti di altri magistrati, ciò che hanno fatto con te.
Puoi soltanto immaginare la mia felicità quando, superato il concorso e intrapreso il tirocinio in procura, ebbi modo di conoscerti, di stringerti la mano, di respirare la passione che traspariva da ogni cosa che facevi. Quando parlavi con i colleghi di indagini di mafia. O come quando, come presidente dell’Associazione nazionale magistrati distrettuale, ti accendevi di sacro furore perché i magistrati, tutti i magistrati, fossero realmente autonomi e indipendenti.
In quella primavera del 1992 mi sembrava di avere toccato il cielo con un dito. La strage di Capaci spezzò quell’incantesimo. La tua uccisione, quella strage tanto preannunciata da apparire assurda nella sua effettiva realizzazione, mi gettarono nello sconforto, nell’angoscia, nella disperazione.
Sensazione e sentimenti che notai negli occhi e percepii nelle parole di tanti colleghi che come io stesso avevo fatto spinto dalla molla di un istinto irrazionale, recandomi a palazzo di giustizia subito dopo la strage, affollavano inebetiti i corridoi della procura della Repubblica in quella drammatica sera del 19 luglio. Mai avrei potuto immaginare giudice Borsellino che pochi anni dopo, per un imprevedibile gioco del destino sarei stato chiamato ad occuparmi delle indagini e dei processi che riguardavano la tua uccisione. Quella strage che aveva spazzato via il tuo corpo, ma non il tuo pensiero, non il tuo ideale. L’indagine e i processi per la strage mi hanno consentito di vivere un’esperienza umana forte, indimenticabile. Ho visto negli occhi tanti di quelli che hanno decretato ed eseguito la tua uccisone, e ogni volta dentro di me ho pensato a te. Ho interrogato centinaia di persone, indagati, imputati, testimoni. Ho letto e studiato i tuoi provvedimenti, i tuoi interventi, le tue testimonianze pubbliche, e ogni volta ho scoperto la grande umanità, la forza morale e religiosa che si accompagnava alla tua professionalità e indipendenza. Da giovane e inesperto magistrato avrò forse commesso alcuni errori, ma ho sempre dato tutto per cercare insieme ai miei colleghi la verità. Sono orgoglioso che ancora oggi decine di condanne definitive all’ergastolo che ho chiesto e ottenuto nei confronti di esecutori mafiosi della strage non vengano neppure messe in discussione
Sono soprattutto orgoglioso perché quelle sentenze, grazie anche al mio piccolo contributo, attestano, sulla base di concrete acquisizioni, che la tua morte è stata probabilmente voluta, di certo aiutata, da altri estranei all’area militare di Cosa nostra. Quelle sentenze, quel lavoro di tanti magistrati, alcune volte giovani e inesperti, costituiscono ancora la base delle indagini più attuali a Caltanissetta e a Palermo.
In tanti, giudice Borsellino, vorrebbero definitivamente chiudere qual capitolo. Non si illudano. Fino a quando ci sarà anche un solo spiraglio da approfondire, una sola porta da aprire per ricostruire tutta la verità, i magistrati non lesineranno impegno, coraggio, sacrificio. Costi quel che costi, anche eventualmente l’emergere di verità scomode per le istituzioni che rappresentiamo. E’ questo ciò che possiamo e dobbiamo fare per onorare la tua memoria. In questi lunghi 19 anni, giudice Borsellino, molte cose, tante situazioni che ti facevano indignare, sono rimaste uguali. Forse sono peggiorate. I rapporti tra la mafia e la politica sono continuati, e la loro repressione, la risoluzione di questa piaga mortale continua ad essere affidatati esclusivamente all’azione della magistratura. Alla possibilità di configurazione di reati, come se nei reati si esaurisse il disvalore dell’abbraccio mortale tra la mafia e il potere.
La politica non ha fatto nulla per emendarsi e liberarsi per sempre dalla contaminazione criminale. La corruzione dilagante nel nostro paese sta diventando sistema, viene ormai disinvoltamente accettata come inevitabile corredo all’esercizio del potere. Nessuno, al di là di vaghe parole, sta facendo nulla per porre finalmente un argine ad un fenomeno che grava sempre più sugli onesti e sui più deboli.
I valori costituzionali, e primo fra essi quelli della separazione dei poteri e dell’eguaglianza di tutti davanti alla legge, sono messi in pericolo da leggi e da riforme che di epocale hanno solo l’evidente scopo di trasformare la magistratura in un ordine servente rispetto alla politica, al governo di turno, ad un potere che vogliono esercitare senza limiti e contrappesi. Dobbiamo resistere. E, con le armi del diritto, del coraggio e dell’onestà intellettuale, dobbiamo fare di tutto per fare comprendere ad ogni cittadino il pericolo che si sta profilando. Dobbiamo farlo. Tu, giudice Borsellino, lo avresti fatto. Ti saresti battuto come un leone per questa causa. Ti saresti esposto come hai sempre fatto quando fiutavi che qualcuno o qualcosa mettesse in pericolo quei valori di vera giustizia che hai incarnato fino all’ultimo tuo respiro.
Un ultima cosa voglio dirti, caro Paolo: non ne posso più della stucchevole questione se la tua morte sia servita a qualcosa o sia stata inutile. Guarda tutta questa gente, i giovani, gli anziani, gli uomini, le donne di tutta Italia. Quelli che ancora oggi si emozionano ricordandoti. Quelli che si ispirano nell’impegno quotidiano al tuo impegno. Quelli che hanno trovato il coraggio di sollevarsi dalla rassegnazione guardando al tuo coraggio. Guarda da lassù i tanti italiani, sono di più di quelli che appaiono, che nel silenzio delle coscienze continuano a lottare come tu hai loro insegnato. Ti accorgerai che in ciascuno di loro, in ciascuno di noi, vive ancora la tua anima


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24 luglio 2011
Lettera di Antonio Ingroia a Paolo Borsellino

Caro Paolo, sono passati 19 anni da quel maledetto 19 luglio 1992. 19 anni che mi manchi, che ci manchi, che non ti vedo più, che non ti incontriamo più. E mi colpisce che 19 sono anche gli anni che ci dividevano: infatti ora ti ho raggiunto, ho la tua stessa età. Gli stessi 52 anni che avevi tu quando sei morto ed è singolare, un segno del destino beffardo, che mi ritrovo alla tua stessa età nello posto di Procuratore Aggiunto, come Vittorio Teresi e gli altri colleghi, da te ricoperto quel 19 luglio. Del resto, in questi 19 anni non ho fatto altro che inseguirti, inseguire la tua ombra, inseguire le tue orme, inseguire il tuo modello, inseguire la tua carriera: insieme a Marsala poi insieme da Marsala a Palermo, fino alla tua morte poi, appunto, oggi  Procuratore Aggiunto come eri tu quando sei morto. Ma la cosa che ho più inseguito di te in sieme ad altri colleghi che hanno seguito questo percorso è stata un’altra: la Verità, la Verità sulla tua morte.

Cercando di ispirarmi ai tuoi insegnamenti: inseguire la Verità, a cercarla con ostinazione senza mai rassegnazione, perché non posso rassegnarmi all’ingiustizia di una verità dimezzata e quindi incompiuta, e perciò negata. Perché la piena verità sulla tua morte terribile è sempre stata negata. Finora. Ma a quella verità abbiamo diritto, ho diritto come tuo allievo e come tuo amico, hanno diritto ancor più i tuoi figli, tua moglie, i tuoi fratelli. E non solo i tuoi parenti, anche gli italiani onesti, di ieri e di oggi. E quella verità, lo sento, non lo so ma lo sento si avvicina, anno per anno, momento per momento. La verità rende liberi, ma bisogna essere liberi per poter conquistare la verità. Tu avevi quasi un’ossessione per la verità,
specie sulla morte del tuo grande amico Giovanni Falcone e anch’io ho avuto la stessa ossessione. Anch’io ho una certa ossessione, lo confesso, per la verità sulla tua morte. Certo, se tu vedessi l’Italia di oggi resteresti impressionato, male impressionato per l’enorme estensione del puzzo del compromesso morale dal quale ci mettevi in guardia in quel 92, però saresti anchefelice dei tanti italiani, soprattutto giovani liberi che vogliono verità a tutti i costi. Dai quindi a loro e a noi ancora più energia e convinzione per vincere e per prevalere su chi non è libero, su chi non vuole la verità.
Noi possiamo dirti, ed in particolare io ti assicuro che faremo, che farò di tutto per trovarla questa verità. E con la verità verrà la giustizia. Il tuo esempio, il tuo modello ci aiuterà, così tu farai giustizia attraverso tutti noi. Sarà un modo di averti, sarà un di averti ancora fra di noi sempre perché così, fra noi, ti abbiamo sentito in questi 19 anni, ed ancor più ti sentiremo, convinti di poterti sentire, da domani in poi, in un’Italia più giusta, in un’Italia più uguale, più libera nella verità. Perché la verità rende liberi e la giustizia rende eguali. E noi vogliamo l’Italia e la Sicilia che volevi tu, un’Italia più giusta e una Sicilia più libera. Un’Italia e una Sicilia senza mafia e senza corruzione. Questo vogliamo per rivederti sorridere. Per rivedere sul tuo volto quel tuo sorriso indimenticabile, il sorriso con il quale mi salutasti e mi abbreaciasti l’ultima volta che ci incontrammo, quel pomeriggio di metà luglio in Procura. Lo stesso sorriso che hai regalato ai tanti che ti hanno conosciuto, ti hanno apprezzato, ti hanno amato. I tanti dell’Italia migliore.
Un abbraccio grato il tuo sostituto Antonio


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24 luglio 2011
Vado ma per tornare promesso!!
Cara Palermo,

sai benissimo che ciò che mi lega a te è qualcosa di profondo, qualcosa di talmente viscerale che continuo ad amarti nonostante tutto, nonostante i tuoi tanti, troppi difetti.

So anche di averti fatto una promessa, quella di rimanere qui per lottare per te e con te ma adesso me ne devo andare ma per tornare promesso.

Sai benissimo che per me che ho sempre vissuto di forti ideali l’idea di poter fare, attraverso la mia professione, qualcosa di veramente concreto per te, per noi è qualcosa che mi entusiasma ma per poterlo fare nel migliore dei modi ho bisogno di andare a studiare fuori perchè da qualche parte ho letto che un laureato in un facoltà del sud ha meno possibilità di trovare un lavoro rispetto ad un laureato del nord. So che non dovrei farmi condizionare ma tengo così tanto a quello che voglio fare che sono disposta al sacrificio e spero tanto che tu non te la prenderai con me.

Forse adesso vorrai sapere, dopo tanto parlare, cosa voglio andare a studiare bhe è semplice voglio iscrivermi a giurisprudenza. Lo so, lo so dirai che sono pazza che non ce la posso fare ma sai questo è un sogno che ho da molto tempo ma che non ho mai realizzato prima d’ora perchè molti mi dicevano che non era un mestiere fatto per me quello del giudice,  che potevo fare altro per te ma non è stato così e adesso a 27 anni ho fatto questa scelta forse troppo grande per me, forse troppo impegnativa ma arrivata a questo punto nulla mi femerà.

Io avevo già in parte preso questa decisione ma sai cosa è che mi ha fatto intestardire in questa scelta? L’aver conosciuto e stretto la mano a due grandi uomini  come Antonio Ingroia e Nino Di Matteo. Vedere nei loro occhi la speranza di poterti vedere un giorno libera dalla morsa della mafia mi ha dato una gran forza e io mi auguro di poter, nel mio piccolo, aiutare loro a liberarti.

Un abbraccio Laura


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permalink | inviato da lauralicata il 24/7/2011 alle 18:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
23 luglio 2011
Io, la mia agenda rossa sempre meno rossa e le mie speranze 18 - 19 Luglio 2011 PAOLO VIVE!!!!
Due giorni, per molti il il 18 e il 19 Luglio sono due giorni come tanti ma per me sono stati due giorni memorabili che difficilmente dimentichero.
Sono stati due giorni pieni di una sempre più ritrovata consapevolezza, due giorni di incontri, due giorni di lacrime ma non di lacrime amare ma lacrime di gioia, per dirla alla Liga: “son stati giorni che han lasciato il segno”, un segno indelebile nel mio cuore.
Che dire io sinceramente non riesco a scrivere altro in questo momento, potrei mettermi a fare uno sterile elenco degli eventi che ho vissuto ma non mi va perchè quello che conta sono le emozioni provate, le emozioni provate ad esempio ascoltando le parole di di Nino di Matteo al presidio davanti il palazzo di giustizia oppure le emozioni provate davanti al misto di emozione e orgoglio di Di Matteo, Ingroia e Scarpinato mentre il popolo delle Agende Rosse gridava a squarcia gola DI MATTEO, INGROIA E SCARPINATO SIETE VOI IL VERO STATO alla facoltà di giurisprudeza.
Insomma certe emozioni, certe strette di mano, certi sguardi ti cambiano la vita e di sicuro da questi due giorni sono tornata cambiata o quanto meno sempre più consapevole che la mia missione, in un modo o nell’altro, è quella di portare avanti un percorso che mi porti in qualche modo a parlare di legalità (io la mia idea su cosa fare ce l’ho bella chiara in testa ma siccome sono scaramantica non lo scrivo qui per precauzione anche se alcuni di voi sanno tutto XD)
Per il resto che dire… il 19 luglio giorno dell’anniversario della strage.
Giornata lunga faticosa ma che ha lasciato il segno più indelebile. Tutto quel giorno è stato talmente intenso, talmente pieno di emozioni che solo parlarne mi fa scendere le lacrime, i giovani e le loro lettere a Paolo e ai ragazzi della scorta, i parenti di Eddie Walter Cosina e Vincenzo Li Muli e poi il minuto di silenzio, un lungo interminabile minuto alla fine del quale Marilena Monti legge la sua poesia e poi loro, i miei giudici, coloro che più di tutto, in questi due giorni, mi hanno cambiato la vita. Sentirsi rispondere da Antonio Ingroia e Nino Di Matteo grazie a voi è qualcosa che ti riempe il cuore, all’inizio non capivo il perchè di questo grazie ma poi ho preso consapevolezza che, se loro ringraziano me semplicemente per essere li, ciò vuol dire che per loro è importante sentire anche la mia presenza li e allora se ripenso a quel GRAZIE A VOI mi si stampa un sorriso da scema in faccia :).
Per il resto che dire…quest’anno è stato anche l’anno di tanti incontri, alcuni casuali, altri voluti comunque sia io, da palermitana, mi sento di ringraziare tutti perchè tutti siete stati un pezzo importante di quest’esperienza. Palermo adesso ha bisogno anche di voi :)



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21 luglio 2011
Via D’Amelio 19 Luglio 2011 - Minuto di silenzio



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permalink | inviato da lauralicata il 21/7/2011 alle 15:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
17 luglio 2011
Intervista ad Antonio Ingroia: “Non è tempo in cui abbiamo bisogno di tifosi”
Rosita Rijtano

Ha gli occhi che gli si stringono quando insegue un ragionamento. E si perdono, scrutano la realtà e indagano nella coscienza. Senza accomodamenti. Di lui si dice che sia stato il pupillo di Paolo Borsellino. “Paolo è stato l’incontro che ha determinato la mia esistenza”, sostiene lui. Quasi a voler rimarcare il legame profondo che li legava.

Ho incontrato Antonio Ingroia a Lipari, dove si trovava per presentare il suo ultimo libro: Nel labirinto degli dei. Storie di Mafie e Antimafia. Era ottimista; di un ottimismo contagioso. Perché è vero che nel derby, tra mafia e legalità, non vi è ancora un vincitore, ma qualcosa, nella composizione delle due squadre, sta cambiando. Mafia e politica, da una parte. Cittadinanza attiva, dall’altra. “E non bisogna arrendersi”, dice.

È ottimista Antonio. E per questo sorride. Nei venti minuti d’intervista sorride sempre, o quasi. Un’unica eccezione: il ricordo di Canale, l’amico, il traditore. Ma è solo un attimo, poi ritorna in sé. Alza lo sguardo e sorride. Di nuovo.

Lasciarlo è stato toccante. L’ho salutato sulla porta dell’albergo che l’ha ospitato. Non era solo, in realtà. Lo accompagnavano la moglie e i quattro uomini di scorta. Li ho salutati tutti, senza tralasciare nessuno: un largo sorriso e una stretta di mano. Sono rimasta sulla soglia anche quando la macchina blindata si è allontanata. Mi sono fermata lì a lungo, commossa.

Nel labirinto degli dei si apre con una dedica: a Paolo Borsellino.  Quali sono le qualità umane che Paolo le ha trasmesso?

La fiducia in alcuni valori cardine. Verità e giustizia, tra tutti. Non solo sul piano astratto, ma anche su quello pratico; realizzatosi attraverso un suo attaccamento al principio costituzionale di uguaglianza e all’autonomia della magistratura: garanzia e precondizione necessaria per fare giustizia. La grande umiltà e la tenacia, ai limiti dell’ostinazione, nel portare avanti le proprie battaglie.

24 luglio 1992. Funerali di Paolo. I primi ad avvicinarsi alla bara furono i suoi “pupilli”, lei e il maresciallo Canale. Lei con Canale non ha più parlato. Qualche risentimento?

Sospira profondamente. Risentimento no. Una ferita non del tutto cicatrizzata, sì. Quando si attraversano vicende così drammatiche, si vivono esperienze molto intense. Anche nei rapporti interpersonali. Ci sono grandi amicizie e grandi solidarietà. Ma anche grandi tradimenti. Nel caso di Canale, considero tradita l’amicizia che ci legava. E che lo legava a Paolo Borsellino. Credo che lui non sia sempre stato del tutto sincero. Ho perfino ipotizzato abbia mantenuto rapporti con uomini di mafia. Seppur a buon fine. Il libro voleva essere una provocazione nei suoi confronti, sperando reagisse. Non c’è stata nessuna reazione fino ad oggi.

Palazzo dei veleni: così era definito il Tribunale di Palermo, all’epoca. Lo è ancora?

È vero, molti veleni circondavano Falcone e Borsellino. Non so se sia ancora così, o meno. Penso che si sia depurato. Falcone e Borsellino hanno operato in un clima molto più difficile di quello in cui lavoro io. E credo che il ricambio generazionale abbia contribuito positivamente a creare una prevalenza di magistrati formatisi sul loro modello. Anziché sul modello degli avversari.

Nel suo libro lei parla di mani ignote. E sono sempre queste mani a far sparire i documenti più compromettenti. Mi dica nomi e cognomi.

Magari li sapessi, nomi e cognomi. Purtroppo sono emersi spesso numerosi sospetti, ma nessuna prova concreta.

Un buon esempio potrebbe essere l’ex numero tre del Sisde, Bruno Contrada…

Il dott. Contrada è il simbolo perfetto degli “apparati deviati” e doppiogiochisti. Rappresentava lo Stato, da un lato, e congiurava con la mafia, dall’altro. Contrada a parte, vi è sempre qualcuno che interviene con grande tempestività, e fa sparire le prove più pregiudicanti. Purtroppo, spesso, la sparizione di questi documenti è stata individuata troppo tardi. E non si è mai riuscito a individuarne i responsabili.

Mi perdoni l’insistenza, ma dove vanno cercate queste mani?

Ovviamente si tratta di elementi interni agli apparati istituzionali. Solamente questi soggetti possono arrivare prima degli inquirenti e dei magistrati.

Possiamo ipotizzare l’infiltrazione di manine anche nelle indagini sull’omicidio di Attilio Manca?

Non conosco i dettagli della vicenda. Purtroppo la storia giudiziaria di tanti misteri siciliani è una vicenda piena di archiviazioni, buchi neri e vuoti di conoscenza. A volte la magistratura svolge il proprio ruolo nel migliore dei modi, altre non abbastanza. Credo sia fondamentale la presenza di un’opinione pubblica attenta e informata, che eserciti il giusto controllo. Anche nei confronti della nostra attività.

“Abbiamo continuato strenuamente, più di qualsiasi altro governo, la lotta alla mafia”, ha dichiarato Silvio Berlusconi.

La tecnica adottata da questo governo è una tecnica molto abile e poco simpatica: appropriarsi di meriti che spettano ad altri. La cattura dei latitanti non è stata merito del governo, ma delle forze dell’ordine e della magistratura. Il loro merito è doppio, perché sono riusciti ad ottenere questi risultati, nonostante i tagli di bilancio. Nonostante la costante opera di denigrazione e delegittimazione. Nonostante l’emanazione di leggi “ad personam”.

Un atteggiamento ambivalente, quello del governo. Sembra, quasi, vi sia la precisa intenzione di eliminare la mafia “scomoda”, per dare spazio a quella finanziaria e politica.

Non mi piace fare il processo alle intenzioni. Vi è, però, una sorta di strabismo, in materia di politica antimafia. Da sempre, e in modo più accentuato negli ultimi anni, si è voluto di colpire l’ala militare della mafia, nei momenti di particolare recrudescenza del fenomeno. Mentre è stata ignorata la mafia finanziaria, favorendo la sua espansione. Esaminare il perché ci porterebbe lontano. Possiamo dire, rimanendo sulle generali, che c’è un problema di fondo. Il sistema di potere mafioso ha un senso perché legato alla classe dirigente del nostro paese, che ha bisogno di contenere le emergenze più palesemente criminali del sistema, ma non cerca di eliminarlo alla radice. Ne ha bisogno per fare gli affari

“La mafia non esiste”, ha dichiarato Vittorio Sgarbi. Lei cosa risponde?

Che Sgarbi non ha idea di quello di cui parla.

La Sicilia metafora d’Italia, diceva Sciascia. Cos’è, oggi, la mafia in Sicilia?

Quello della mafia è un processo evolutivo molto preoccupante. È stato sconfitto il sogno, il delirio di onnipotenza, di Riina e compagni. Ma il modello pensato da loro –l’idea dell’impossessamento degli interessi pubblici da parte degli interessi privati– si è realizzato: tutte le lobby, di tutti i tipi, si sono, oggi, impadronite delle istituzioni. Vedo, però, anche dei segnali positivi. E la Sicilia ha fatto dei progressi rispetto al resto d’Italia. Movimenti come “Addiopizzo”, “Libera”, “L’associazione Antimafie Rita Atria”, dimostrano che molti siciliani sono pronti a schierarsi contro la mafia. Certo, se guardiamo alla politica, vengono i tasti dolenti. Si aspetta ancora una sentenza definitiva per espellere Cuffaro…

Qual è, dunque, il rapporto tra politica e cittadini?

È chiaro che in terra di mafia non ci sono cittadini, ma sudditi ai quali elargire regalie. La cosa preoccupante è che questo meccanismo di esproprio dei diritti si è diffuso anche al di là della mafia. Ed è per questo che si può parlare di un processo di mafiosizzazione della mentalità del paese.

Il futuro dell’antimafia.

L’unica possibilità di sconfiggere davvero la mafia sta nella costituzione e nella diffusione di un movimento antimafia, promosso non soltanto dagli addetti ai lavori, ma prevalentemente da giovani studenti, lavoratori e operatori di ogni tipo. Non è tempo in cui abbiamo bisogno di tifosi. È necessario che i cittadini scendano dagli spalti e giochino dalla parte della legalità, contro ogni tipo di malaffare e di corruzione. Quando nel paese diverrà maggioritario un movimento che consideri la lotta alla mafia una priorità, probabilmente riusciremo a contagiare e a condizionare ancora di più il mondo della politica. È solo con l’antimafia sociale che si può vincere questa sfida.

FONTE: http://atestaalta-vox.blogspot.com/2011/08/intervista-ad-antonio-ingroia.html

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sentimenti
17 luglio 2011
Melany
Ieri pomeriggio, mentre tornavo da una passeggiata in centro con un’amica ho incontrato Melany una bambina che ho conosciuto durante il mio anno di volontariato all’associazione Dipingi la pace.

Non potete capire le feste che mi ha fatto cucciola, quando la seguivo andava in prima elementare e avendo i genitori tutte e due stranieri aveva un po’ di difficolta con l’italiano, ieri la prima cosa che mi ha detto è stata che aveva imparato a leggere la mia cucciola *__*.


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11 luglio 2011
Quella strana sensazione passando davanti il palazzo di giustizia

Oggi pomeriggio, tornando dalla laurea di un mio amico, sono passata davanti il palazzo di giustizia e non so spiegare il perchè ma guardando quell’edificio ho provato la sensazione di essere a casa, in un luogo familiare.

Io sono cresciuta con l’esempio costante di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e, ad un certo punto, avevo deciso di iscrivermi a giurisprudenza ma poi, per ascoltare gente che mi ha fatto credere che non ne vale la pena, ho lasciato perdere.

Adesso mi si ripresanta forte questo desiderio e forse quella strana sensazione provata passando davanti il palazzo di giustizia è dovuta proprio a questo. So che per realizzare i propri sogni non c’è età ma mi chiedo se a 27 anni ne vale la pena? Insomma ho troppi dubbi e non so che fare ma quello di cui sono sicura è che comunque sia, qualunque sia la mia strada non smetterò mai di lottare per la verità e la giustizia


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